L’affaire Moro – di L. Sciascia

«Già me le sento le cose che diranno. Che sto con Craxi, che faccio politica. La verità è che io non sto con Craxi, sto con Moro, quel Moro che, politicamente, ho sempre avversato, e che oggi voglio difendere. Bernanos diceva che a un certo punto uno scrittore deve scegliere tra il conservare la fiducia dei lettori o il perderla; e che preferiva perderla anziché ingannarli. Faccio anch’io questa scelta». Basterebbero le parole affidate da Leonardo Sciascia a un giornalista del «Corriere della Sera» per comprendere l’enorme importanza de L’affaire Moro non solo per il suo autore, ma per l’intera collettività italiana, contemporanea e successiva a quel 1978. E, come previsto, il libro suscitò davvero polemiche e incomprensioni. Quello che Sciascia fece (e che è la stessa strada che intraprese il regista Giuseppe Ferrara ne Il caso Moro) fu di dare peso alle parole dello statista democristiano, da lui stesso vergate nei mesi della sua prigionia: lettere indirizzate ai colleghi, alla famiglia, sfruttate per distruggerne la credibilità (ricordate la grafologa interpellata nel film di Ferrara ? «È Moro, ma non è Moro»; prima fu detto che le lettere furono estorte, poi che Moro soffriva addirittura della Sindrome di Stoccolma).

Eppure, Sciascia stesso disse che Moro aveva dovuto tentare di «dire con il linguaggio del non dire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire. Doveva comunicare utilizzando il linguaggio dell’incomunicabilità. Per necessità: e cioè per censura e per autocensura». Al di là delle ideologie politiche, il caso Moro resta una colpa per tutti coloro che non hanno voluto ascoltarne la voce trentacinque anni fa: nel suo scritto, Sciascia sottolinea che non vi fu forzatura da parte dei sequestratori di Moro nella redazione delle lettere, nel senso che non furono missive dettate; piuttosto, la censura fu nel non recapitarle tutte ai destinatari, riuscendo a carpirne il contenuto e partecipando, così, al pensiero di Moro. Sembra anche che il politico avesse tentato di adottare una sorta di codice, lanciando dei messaggi nelle sue epistole, fornendo indizi utili al suo ritrovamento, ma che quelle indicazioni non vennero mai davvero considerate (fu lo stesso Francesco Cossiga ad ammettere che un’analisi scientifica di quella corrispondenza – seria, non approssimativa – non venne mai davvero compiuta).

Un intero capitolo di L’affaire è dedicato alla riflessione intorno al termine “famiglia”. Scrive Sciascia che l’utilizzo da parte di Moro della parola non è da intendersi come «una mera sostituzione, ma come un allargamento di significato»: la famiglia menzionata da Moro è quella del partito democristiano, la DC che negli anni Novanta avrebbe conosciuto un progressivo declino, soprattutto dopo gli omicidi di Falcone eBorsellino e l’esplosione della stagione di Mani Pulite. Un partito che necessitava di un leader carismatico come Moro, colui che aveva reso possibile l’impossibile, ovvero raggiungere uno storico accordo con il PCI (il giorno del suo rapimento doveva venire presentato il nuovo governo, con a capo Giulio Andreotti, appoggiato dallo stesso partito comunista. Ed è proprio Moro l’ispiratore di tale intesa). Per Sciascia è chiaro che è ai suoi colleghi che Moro si rivolge, perché alla sua famiglia, alla moglie e alle figlie, non mancavano di certo i mezzi per vivere, anche dopo l’eventuale morte del capofamiglia («Da meridionale non credo potesse vedere come bisognosa – di denaro o protezione – una famiglia come la sua. Un meridionale ai cui figli non manca il lavoro e le cui figlie hanno, oltre al lavoro, un marito; che lascia alla moglie una casa e una pensione e all’intera famiglia un buon nome»).

Un Aldo Moro definito «l’incarnazione del pessimismo meridionale», che Sciascia definisce come la tendenza di vedere ogni cosa, ogni idea, ogni illusione «correre verso la morte». Forte e consapevole di questo, Moro non aveva paura della morte in sé, quanto piuttosto temeva QUELLA morte, quella sorta di «assassinio legale», richiamato nella citazione d’apertura del libro, tratta da La provincia dell’uomo di Elias Canetti (Adelphi), «la frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto “al momento giusto”». Con la falsa interpretazione delle lettere, Moro sente che la sua condanna a morte è stata firmata dalle stesse persone che avrebbero dovuto salvarlo. Il potere è così destinato a perdere la sua componente umana a favore dei meschini interessi individuali (il “potere atroce” di cui si parla nella pellicola di Ferrara); la stessa rivoluzione voluta dalle BR smarrisce la sua forza, perché Moro viene dipinto come una marionetta in mano a degli aguzzini.

Al termine di L’affaire Moro, Sciascia inserisce una relazione di minoranza da lui stesso presentata alla Commisione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. La relazione è preceduta da una cronologia dei fatti, dal rapimento ai funerali. In seguito al ritrovamento del cadavere, la famiglia diffuse un comunicato che recitava: «La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalle autorità di Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro, giudicherà la storia». Dopo i funerali in forma privata, ci furono quelli pubblici, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Erano tutti presenti, dal papa al cardinal Poletti (quello in cui Moro sperava per una rettifica della «enormità»). C’erano anche tutte le personalità politiche. Mancavano solo la moglie e i figli di Moro. Fu in quell’occasione che il papa disse: «Tu, o Signore, non hai esaudito la nostra supplica». Anche se la storia e la morte di Moro a noi dicono il contrario.

http://www.labottegadihamlin.it/articoli/6095-laffaire-moro.-la-parola-a-leonardo-sciascia.html

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